La ricognizione canonica

“[…] si ha l’impressione che su questo culto sia sceso oggi una sorta di silenzio imbarazzante, se non di rifiuto, quasi si trattasse di superstizione o, almeno, di un aspetto di anacronistica religiosità popolare. Certo, nella storia della Chiesa ci furono abusi ed esagerazioni, contro i quali reagì spesso il Magistero, senza però mai mettere in dubbio la legittimità del culto. Anzi, lo difese solennemente con un documento dogmatico del Concilio di Nicea, nell’anno 787, contro i soliti “puristi” che lo volevano eliminare. Come abbiamo visto, quasi milleduecento anni dopo è stato riconfermato dall’ultimo Concilio e dal nuovo Codice canonico. […]
In realtà, la “reliquia” è il segno della sana materialità del cristianesimo, la sola religione che osi mettere il corpo – e un corpo umano – nel mistero stesso di Dio. C’è, qui, il sensus fidei che porta i credenti a prendere sul serio l’Incarnazione: che non fu una sorta di travestimento, ma un’assunzione tale della nostra realtà da portare la fede a confessare che Gesù fu al contempo vero Dio e vero uomo”.
(Vittorio Messori, La venerazione delle reliquie è segno di una fede “incarnata”, Jesus, febbraio 2001, p. 56)

Per l’esumazione e il riconoscimento dei resti mortali di un Servo di Dio è sempre richiesta una causa giusta, come può essere, per esempio, il trasporto dei resti in un luogo più sicuro o più degno; evitare una possibile profanazione; evitare loro l’umidità; salvarli dalla cremazione, a cui in alcuni cimiteri civili si ricorre quando sono trascorsi degli anni dalla tumulazione; quando si è prossimi alla Beatificazione, per estrarre alcune reliquie.

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